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 Piccola raccolta di scritti che riguardano la nostra città, e non solo. Pipol appunto, vari argomenti ma penne d'eccezione. Pipol.

 

1)

Seguite la frasca.
Quando avrete lasciato alle spalle Trieste e l’azzurro minerale del mare in una luminosa giornata di primavera, per salire nell’immediato altopiano carsico, una stretta lingua di terra che tiene a distanza la Slovenia, si aprirà un paesaggio naturale, unico, robinie, pini neri, ginestre, carpini, doline, terra rossa, rocce argillose, calcaree; mentre seguirete le strette strade che s’inerpicano tra paesini dai nomi crudi – Malchina, Ceroglie, Sgonico, Rupingrande –tenete d’occhio i mazzi di foglie posti ai confini carrabili ancora più strette: seguite la freccia, spesso di un rosso vivace, dipinta sotto il mazzo e la caccia al tesoro è finita, la frasca vi avrà portato in una piccola oasi di felicità: l’osmiza.
Un’oasi umanissima e antica, mutevole: la parola nasce dallo sloveno osem (otto), l’idea venne all’imperatore Giuseppe II che nel 1784 autorizzò i contadini carsici a vendere agli avventori (ed è bello sentirsi, nel 2011, ancora un avventore) il proprio vino, la frutta, gli ortaggi e altri generi alimentari locali, purchè limitatamente a un periodo di otto giorni o multipli di otto (anche ripetuti nell’anno), e con la condizione di apporre una frasca come segnalazione visibile lungo la strada.
Ha prevalso il vino, i ruvidi asprigni bianchi come la Malvasia istriana e la Vitovska slovena, il deciso Terrano e il Refosco. E allora rifugiatevi nel cortile dell’osmiza, ai tavoloni sul prato di case, cascine, cantine, reclamando il primo vero sole tra un assaggio di salumi, radicchio, formaggi, uova, i leggendari bruscandoli (asparagi selvatici) con la sensazione di essere in una terra dall’identità incerta, nascosta, provvisoria. Dove bere un bicchiere di vino al sole è il gesto di un viandante, un avventore, un amante, un giocatore. Un momento volubile e primaverile:per l’incertezza e la variabilità del tutto, per la lingua doppia, per i nomi dei cibi, quelli dei proprietari. Per il luccichio delle rocce bianche e il ricordo del mare nascosto.
Sei non sei triestino, arrivarci, trovarle, trovarle aperte con le scorte ancora fresche è un gioco di abilità, ma se si scopre questo sole di primavera, è il più bello di tutti.
 
(liberamente tratto da D – inserto di Repubblica – a cura di Michele Neri)
 
Non ci sono solo osmize, ovviamente.
Ci sono vecchie trattorie, agriturismi nascosti, cantine bonsai, produttori sconosciuti. Ci sono posti dove l’amore per il cibo, per il vino, sono indissolubilmente legati alle tradizioni dei territori, dei paesi, delle famiglie di appartenenza.
Scoprirli, questi posti, è uno dei momenti da vivere assieme. A “Le Casite”.
Alessandro
 
 2) 
Negli ultimi anni Trieste, la mia città, la città dove sono nato, ha finalmente avuto i riconoscimenti e gli apprezzamenti che meritava da tempo, grazie ad una importante ristrutturazione urbanistica, ideata da un ex sindaco lungimirante, e ad uno sviluppo turistico ed un’organizzazione delle strutture ricettive e degli avvenimenti degna ed adeguata.
Molti giornalie e riviste ( buon ultima “I Meridiani”), si sono occupati di lei, mettendone in risalto gli aspetti legati alla collocazione geografica, alla particolare storia degli ultimi anni, alla bellezza dei posti che la compongono e la circondano.
Non tutti questi articoli si sono rivelati all’altezza, ma, si sa, tutto è opinabile, e ognuno la vede a modo suo, com’è giusto e normale che sia.
Trieste è ben descritta anche in molti siti web, sia da quelli appartenenti alle associazioni turistiche ufficiali, come pure in quelli di normali e interessati cittadini, che ci tengono ad evidenziare la bellezza della loro città.
Scadere nel retorico, nello scontato, è questione di un attimo, basta per esempio scrivere: “meravigliosa città mitteleuropea” ed il gioco è fatto, (che palle con stà Austria) oppure descriverla con i piatti tipici, e questo è ancor più triste, se vogliamo.
Proprio uno di questi articoli mi è capitato di leggere, poche settimane fa, e proprio per questo motivo ho deciso di scrivere queste poche righe di “sana e robusta contro-informazione”. ( bei tempi, quelli della contro-informazione…)
Il titolone dell’articolo era questo: “ Trieste, ai confini della realtà (e dell’Italia) – ha il mare dentro ma sa ancora di Austria e di Sachertorte – e ha la scontrosa grazia di una bella donna – ecco un itinerario per provare a conquistarla, o almeno per assaporarla.”
Ohi ohi, già arrivato a questo punto mi sono arrivati brutti presentimenti, e poi si sa che chi mal comincia, non può che peggiorare….
Bene, allora mi son detto l’autore comincerà di sicuro il suo lavoro evidenziando il contrasto tra mare e Carso, il mix di cromosomi dei suoi abitanti, le Chiese di mille religioni da sempre esistenti e distanti pochi metri l’una dall’altra….
Eh no, con una meravigliosa (!) foto di donne in topless (e quella sotto la doccia ha almeno l’eta della Santanchè) l’autore inizia con il capitolo: “da evitare”.
Si, avete letto bene, niente Risiera di San Sabba, Miramare, piazza Unità, no. Si comincia con quello che c’è da evitare. Ma cosa ci sarà a Trieste di così tanto pericoloso da dover a tutti i costi segnalare in primis ciò che non va?
1)Il traffico e il fatto che ci siano pochi parcheggi. E che qui i vigili siano inflessibili…(dov’è che non lo sono??) Mi viene in mente Benigni/Johnny Stecchino quando arriva a Palermo, e gli parlano dei problemi di quella città….
2) gnocchi di susine, (come gli è venuto in mente??), “lasciati in eredità dalla tradizione austroungarica” (eccoci…).
3)la pioggia ”attenzione agli ombrelli – la pioggia qui può arrivare sempre, pure in primavera – per ripararsi meglio un cappelletto da portare sempre in tasca.”
Sì sì, avete letto bene, e non sto scherzando. Le parole nelle virgolette e sottolineate sono riportate testualmente dall’articolo.
Quindi non venite a Trieste, non ci sono parcheggi, i vigili sono uguali agli orchi, si mangiano solo gnocchi di susine (vi invito a venire con me in città a cercarli, ci impiegheremmo giorni..) e poi piove sempre, e pensate un po’, pure in primavera.
Non male come inizio, ma male mi voglio fare  e proseguo.
Arriva subito dopo il secondo  capitoletto intitolato, (indovinate un po’?) :”da non perdere”. (che fantasia, eh? Sembra la cronaca di una gita di uno scolaretto in quarta elementare..)
Quindi ecco Piazza Unità e i famosi caffè, poi arriva il tour delle birre (“uno dei grandi piaceri di Trieste”) e una pasticceria dove producono la Sachertorte, “specialità austroungarica” dice il nostro..(eccoci 2…)
Poi ancora avanti con i tesori della gastronomia locale, il palazzo delle Assicurazioni Generali (“oggi grande centro di potere”) e il Canal Grande (“anche Trieste ne ha uno suo” – “dove si concentra la città mitteleuropea”) (eccoci 3..)
Gran finale, con il best view (!!) (“la buca 17 del Golf Club Trieste”) e con la rubrica “dove andiamo a ballare” con tanto di segnalazione di un locale definito “vero must della vita notturna”.
 
Ora, per fortuna, mia e di tutti, questa non è Trieste.
Sono solo parole messe in gioco da parte di uno che di Trieste non sa nulla e non ha capito nulla. Capita, nessuno è perfetto.
La rivista in questione, pur trattando argomenti leggeri e a volte divertenti, non è tra quelle gossipare e stupide, anzi. Ma una simile superficialità andava segnalata, a parer mio.
Trieste non é una città dove ci sono bei palazzi, dove si mangia e si beve e basta. E’ anche questo, ma non solo questo.
E se ti danno tre pagine a disposizione, parla quindi del suo particolare territorio, della sua piccolissima provincia, della sua convivenza esemplare tra etnie e razze diverse, che esiste da sempre, non solo negli ultimi anni.
Racconta che qui forse ha avuto origine l’unica vera rivoluzione del secolo scorso, post 68, che è stata quella psichiatrica, parla dei confini, che per tanti versi e per tanti cittadini non sono mai esistiti, parla del Carso e della sua bellezza, del fatto che si beva il caffè (il miglior caffè d’Italia) all’incontrario, che quello austro-ungarico non sia stato un bel periodo, e guai a ricordarlo positivamente se non per quelli che si sono sacrificati ponendosi di traverso.
E se proprio non ce la fai, contatta Paolo Rumiz, sarà un’ottima occasione per imparare qualcosa di nuovo, non solo su questa città.
 
Il traffico, i vigili, gli gnocchi di susine, la pioggia…..continuiamo così, facciamoci del male.
 Alessandro
 
3)
 

Oggi festeggiamo San Giusto senza San Giusto. Non tutti se ne sono accorti, ma alla vigilia della messa grande che si terrà in Cattedrale, monsignor Gian Paolo Crepaldi vescovo di Trieste ha fatto togliere l’effigie del protettore della città dallo stemma e dalla carta intestata della diocesi, sostituendolo con un’aquila bicipite. D’ora in avanti – come è stato anticipato dal “Piccolo” - chi avrà a che fare con la curia triestina, al posto della faccia di Giusto, avrà un simbolo austriacante. Per ora, su questa non trascurabile cosmesi dell’identità ecclesiale, non sono state date spiegazioni, tranne quella – non ufficiale – dello zelante don Ettore Malnati, secondo il quale il simbolo abolito era cosa temporanea e modificabilissima.

Questo vescovo fa spesso notizia con i suoi ribaltoni, ed è logico che anche su questo si siano moltiplicate ipotesi al veleno. C’è chi dice che Crepaldi abbia l’ossessione di rimarcare la sua “discontinuità” rispetto ai vescovi precedenti (la faccia del santo era stata scelta da monsignor Lorenzo Bellomi nel 1977, a seguito della bolla papale che aveva separato le diocesi di Capodistria e Trieste, unite fino ad allora). C’è chi sostiene che il nuovo presule aspiri a diventare patriarca di Venezia e abbia commissionato a una società di araldica la ricerca di un simbolo coerente con la propria ascesa. Ma a proposito di aspirazioni, vi è pure chi osserva che la scelta è caduta su uno stemma quattrocentesco, secolo in cui Enea Silvio Piccolomini, rampollo della “Gens Julia”, divenne pontefice in Roma. Sarà. Io credo che la cancellazione del vecchio simbolo sia spiegabile altrimenti. È un’opinione personale, e per giunta dolorosa. Ma propongo ora un’avvertenza al lettore: va da sè che in quel che scrivo andrà rintracciato il seme dell’ironia. Ecco dunque la mia teoria. San Giusto era comunista. È altamente verosimile che lo fosse. Credeva che la “Communio” - cioè la comunione - venisse davvero, come scrive la lingua latina, da uno scambio di doni all’interno di un gruppo. Apparteneva a un’epoca primitiva in cui i vescovi erano scelti dal basso. Era uno che, così come si rifiutava di adorare l’imperatore, si sarebbe sognato di negare l’infallibilità del papa o di disobbedire a un vescovo. Uno che ha scelto di morire per la sua fede, ma magari si è imbottito di vangeli apocrifi ed è vissuto in promiscuità con diseredati. Perché non pensare che ci sia questo dietro alla sua abolizione? E perché non interpretare il silenzio curiale sul tema come una semplice “pietas” nei confronti di una vita in odore di zolfo? Il comunismo è nato ben prima che fosse chiamato col suo nome. I suoi adepti inconsapevoli si annidano in ogni luogo. I vescovi precedenti, Bellomi e Ravignani, per esempio: chi può mettere la mano sul fuoco su di loro? Ci deve essere pure un motivo se per la prima volta in quindici anni, proprio in questo 2011, il vescovo in carica non ha celebrato personalmente la messa in memoria di Bellomi. E ci deve essere una ragione se monsignor Ravignani, in carica fino all’altroieri, viene tirato fuori dalla naftalina solo nelle celebrazioni dove proprio non si può fare a meno di lui, e se oggi consuma la sua pensione a Opicina come un qualunque parroco di campagna. Sarà spiegabile o no il fatto che i due presuli e persino Santin sono citati poco o nulla nelle omelie, mentre i friulani Battisti e Brollo ricompaiono a ogni piè sospinto? Ho buoni motivi per ritenere che i santi dottori abbiano scoperto che anche loro erano comunisti e la cosa non sia svelata solo per carità di patria. Vedrete, un giorno avremo clamorose rivelazioni. Mi sono fatto molte domande. Perché Crepaldi ha incontrato l’allora sindaco Dipiazza prima ancora di vedere il suo predecessore, come forse avrebbe dovuto, alla vigilia della successione? Avrà avuto le sue santissime ragioni. Per quale motivo Ravignani si ostinava a non interferire con la politica locale e a tenere aperti i canali con la parte laica della città, gentaglia notoriamente “indipendente dalla religione e anche dalla morale”? Perché Bellomi insisteva a far parlare in sloveno papa Wojtyla e nelle notti di bora invernale non dormiva per andare a soccorrere i miserabili?

Vuoi mettere con Cesare Geronzi, condannato per bancarotta dalla giustizia degli uomini, ma pronto a riscattarsi agli occhi di Dio con una quasi-omelia per la Cattedra di San Giusto? E l’abilissimo Geronzi, che sa bene come intrattenere i rapporti, ha chiamato il vescovo nel consiglio della fondazione delle Generali, e questo conta, altroché se conta. E che continuino a mormorare i cattolici che ancora credono che tutto questo sia scandaloso. Mormorano perché non hanno coraggio di protestare ad alta voce, e se non alzano la voce è perché anche loro sono comunisti.

Allo stesso modo, ha fatto bene Crepaldi a fare piazza pulita in Vita Nuova, un’accolita di anarchici senza rispetto che si ostinava a dar voce alla disobbedienza nella rubrica delle lettere. C’è stata la protesta di Claudio Magris sul “Piccolo” contro un’asserita normalizzazione del settimanale diocesano? Comunista anche lui. Magris è invitato a parlare in Vaticano? Magari anche il Vaticano può cadere in errore. Il dissenso del professore è arrivato come un lampo sul tavolo della Cei? Ci possono essere bolscevichi anche tra i vescovi. Qui andiamo molto oltre San Giusto e la sua ormai certa disobbedienza postuma: qui siamo al dissenso sistematico, in qualche modo allo scisma dentro la Chiesa. Lo alimentano persone come Enzo Bianchi o Padre Bartolomeo Sorge, già direttore di Civiltà cattolica, il quale ha osato dire – a proposito di Berlusconi, e in dissenso con la tesi del vescovo Crepaldi – che l’etica privata e quella pubblica sono inseparabili.

Ecco perché quando Sorge è venuto a Trieste, Vita Nuova non ha nemmeno seguito l’evento. Tutti comunisti: come don Mario Vatta, che spende la vita con una teppaglia di drogati e viene giustamente tolto dalle novene della chiesa di Santa Maria Maggiore.

Comunisti i volontari dell’Accri, società cristiana di cooperazione, cacciati in lacrime dalla sede inaugurata solo due anni fa. Comunisti coloro che protestano per l’oneroso acquisto della chiesetta diroccata di San Sebastiano in Cavana. Comunista don Giampaolo Muggia che ha speso anni in Africa e oggi è stato spostato a dir messa ai vecchietti dell’Itis. Comunista la Charitas che è stata finalmente redenta come fondazione. Comunisti i medici che hanno prestato gratis la loro opera nel laboratorio dentistico diocesano, chiuso senza spiegazioni dal vescovo Crepaldi.

Comunisti i gestori del centro diurno per poveri di via dell’Istria, i cui servizi sociali sono stati interrotti per autorevole mano vescovile. Non ci si può fidare di nessuno, monsignore. Nemmeno di don Ettore Malnati. Ha denunciato lo “scandalo” di un ex pedofilo che ha avuto il torto di redimersi operando? Ma per anni non ha avuto nulla da ridire su una sua collaboratrice che lavorava a stretto contatto col medesimo ex pedofilo. Non si fidi nemmeno dell’ex sindaco Roberto Dipiazza, amico di don Vatta. Non si fidi nemmeno dell’onorevole Giulio Camber, che viene a cena da lei e la loda pubblicamente. Anche lui comunista, già pronto al dopo-Berlusconi. Caro vescovo, non si fidi di nessuno in una città come questa.

Paolo Rumiz  04 novembre 2011

 

4)

Questo articolo è la cronaca di un fallimento, il mio. Volevo descrivere le ragioni per cui migliaia, centinaia di migliaia, i miei figli dicono “milioni” di ragazzi aspettano con ansia l’uscita al cinema, domani, de I soliti idioti. Film, dice la campagna di lancio, “di comicità liberatoria, specchio di un’Italia contemporanea di cui si ride proprio perché ci si riconosce. Bello, no? Interessante. Lo specchio, la liberazione. Volevo – immaginavo – di riprendere il filo dalla comicità demenziale, provare a raccontare cosa è cambiato da Elio e le storie tese a Checco Zalone fino a questi idioti contemporanei che ingolferanno dal fine settimana i multisala portando spropositati guadagni ai produttori e distributori, ai Valsecchi e alla solita Medusa, Berlusconi all around, ma in fondo il cinema si sa che funziona così, almeno si crede: con un film di grandissimo successo commerciale si finanziano poi i lavori di qualche esordiente di talento, i denari si distribuiscono e vanno alla fine a vantaggio di tutti, degli autori e del pubblico, degli artisti e dei tecnici che ci lavorano. O no? Forse no, ma andiamo avanti.
E’ la cronaca di un fallimento perché per tre giorni ho provato, vedendo e rivedendo, a mettermi nei panni di chi – abbia 14, 18 o 20 anni – trova irresistibile la coppia padre-figlio che si salutano la mattina “buongiorno papà”, “‘fanculo Gianluca”, il padre che offre una canna al figlio dicendogli si chiama “fiodena”, il fumo, nel senso che “chi non fuma è ‘n fio de ‘na mignotta”. Che siccome questo è il linguaggio che i ragazzi – moltissimi, non tutti ma la stragrande maggioranza, davvero – parlano a scuola, siccome è di queste battute che è fatto il loro lessico quotidiano, gli sms che si scambiano, “fiodena”, “sorcicova”, “smutandissima”, ecco: vale davvero la pena ascoltare bene e provare a capire, magari trovare il bandolo segreto della risata collettiva che certo a trovarlo qualcosa direbbe, aiuterebbe a capire, a evitare quella fastidiosissima spocchia di chi dice solo “immondizia” e volta le spalle senza nemmeno guardare. E allora, direte? Alla fine?
Alla fine resta un senso di sgomento e di sconfitta, una specie di incredulità: ci si può arrendere al fatto che la canzoncina “omosessuale, lo capisce anche mia nonna che è lo stesso che esser donna senza il ciclo mestruale” stia per diventare il ritornello dei prossimi mesi? Perché un ragazzo coi soldi del biglietto in tasca dovrebbe entrare a vedere un tipo truccato da vecchio marpione con la faccia di plastica che cambia il motivo di “Besame mucho” in “besaje er bucio” invitando il figlio a mignotte se nella sala accanto c’è Sean Penn di incalcolabile bravura nel film di Paolo Sorrentino, che poi parla di musica e di droga e di donne anche quello, volendo, ma insomma diciamo in altro modo? “Perché lo fanno tutti”, mi risponde finalmente il decimo dei ragazzi a cui lo chiedo, dopo una sfilza di boh. E poiché anche l´omosessuale della grottesca antipatizzante parodia dei “Soliti idioti” risponde “boh, non lo so”, a ogni domanda (mi ami? Non mi ami? Vuoi uscire? Vuoi mangiare? Boh, non lo so) vedo che in questo racconto sì c’è uno specchio, ma è uno specchio che rimanda il vuoto.
Se sia il film che fa il verso ai ragazzi che non sanno rispondere o il contrario è indecifrabile, ormai. Se la modella della linea di intimo “Smutandissima” di nome Sorcicova (la nuova fiamma di Di Caprio, wow) sia la parodia delle ragazzine “Intimissimi” o viceversa, chi sa più dirlo. Di vecchi in Jaguar con tagliando per invalidi, patetici nell’abbronzatura da solarium, è piena Roma nord e immagino altre capitali. Di gente che con dodici puttane a tavola si sente “a casa” sono pieni i tg, quaranta meglio di dodici. Che ridere.
Forse è già troppo tardi, è questo lo sconcerto. Forse con i ventenni non ce la faremo più, è troppo tardi. Ripartiamo, chi ha le energie per farlo, dai seienni. Proviamo coi cartoni animati.

Concita De Gregorio 03 novembre 2011

 

5) 

Trieste ultima stazione  

La inaugurò Francesco Ferdinando nel 1906 prima di morire ammazzato a Sarajevo.
La usarono come terminal i convogli di lusso della Canadian Pacific giunti dalle gallerie dei Tauri. Vi partirono i soldati della Grande guerra e vi arrivarono gli italiani in fuga dallo jugo-comunismo.
Negli anni Settanta vi approdarono dall´Est carrozze piene di compratori affamati di jeans, poi vi vennero girati film come Anna Karenina.
Oggi non arrivano più treni e va di scena lo sfratto, la chiusura definitiva, la fine della più gloriosa stazione triestina e delle meraviglie in essa contenute, uno dei più bei musei ferroviari d´Europa.
Succede che Trenitalia ha costretto i volontari che lo gestiscono ad andarsene, triplicando loro l´affitto già pesantissimo. La loro colpa? Avere impedito che andasse in rovina il capolavoro del più prestigioso waterfront dell´Adriatico.
La stazione di Campo Marzio, capolinea di quella che l´Austria chiamò "Transalpina".
Narrano che nel 2008 Mauro Moretti, gran capo dell´azienda, in una sua visita a Trieste, dopo avere visto nelle sale d´aspetto le stufe originali in maiolica, la piumata feluca del primo capostazione, montagne di cimeli e un secolo di vaporiere schierate all´esterno, abbia dato una pacca sulle spalle ai custodi del Dopolavoro ferroviario, dicendo loro «bravi ragazzi».
Aveva buone ragioni per fregarsi le mani. Quelli non solo gli avevano messo insieme un patrimonio collezionistico inestimabile e si erano presi sulle spalle il costo della manutenzione straordinaria, ma pagavano di tasca propria un affitto di 54mila euro l´anno senza un centesimo di aiuto pubblico.
Ma la partita, si capì di lì a poco, era più importante di un museo. Era la vendita della seconda
stazione triestina. Era la chiusura della linea, la rottamazione dei binari "in sonno" che ancora collegano la città all´Istria, alla Slovenia e al Centro Europa.
E poiché i "bravi ragazzi" erano un intralcio a questa operazione immobiliare, si è ben pensato di alzare loro il canone a 140mila euro.
Cifra insostenibile, che - in assenza di aiuti dall´esterno - condanna il museo alla chiusura e la stazione (sulla quale Trenitalia non ha mai speso un euro) al decadimento e alla rovina.
Sfratto, come a clandestini morosi e non a benefattori che danno lustro a Trenitalia e senso alla memoria ferroviaria del Paese.
Per chiudere in fretta l´affare Moretti andrà di persona a Trieste ai primi di febbraio, e subito si è capito che la partita sarà di vasta portata.
Il rischio è la definitiva cancellazione della città dalla mappa ferroviaria italiana.
Per capire cosa accade basta guardare gli orari conservati nelle bacheche della stazione.
Un secolo fa, con una sola coincidenza si andava a Praga, Cracovia e Stoccarda. La città era al centro d´Europa. Perfino trent´anni fa era meglio di oggi, senza Schengen e con la cortina di ferro di mezzo. Sull´altopiano passava ancora il Simplon Orient Express diretto a Istanbul, e in wagon lit potevi andare a Parigi, Genova, Roma, Budapest, Belgrado.
Oggi vai solo a Udine e Venezia, con i treni più lenti d´Italia.
Il confronto più deprimente è quello che tocca i collegamenti con Vienna. C´erano dodici treni al giorno, tutti diretti. Oggi nessuno. Con trazione a vapore, il viaggio durava dieci ore e sette minuti contro le nove e ventotto di oggi, epoca dell´alta velocità.
Un viaggio così lento e così umiliante - due cambi, tre biglietti e una tratta in pullman - che il sindaco di Trieste Roberto Cosolini, dovendo incontrare il Burgermeister di Vienna, ha voluto farlo di persona, per masticare fino in fondo l´amaro della sua emarginazione.
Prima della Grande guerra, Trieste aveva tre strade di ferro per la città imperiale: una via Lubiana-Graz, una via Pontebba e una via Gorizia-Villach, linea che avvicinava la Germania di 250 chilometri. Oggi è rimasta solo la seconda. Fra Trieste e Lubiana due mesi fa è stato tolto l´ultimo treno.
Quanto alla linea di Gorizia, è chiusa dai tempi della Guerra fredda, anche se i binari esistono ancora. Tutto è finito: niente per l´Ungheria, per Zagabria, per l´Istria, per Fiume e Dalmazia. Per Roma il mondo finisce a Mestre.
È chiaro: la gloriosa stazione inaugurata da Francesco Ferdinando non è solo un gioiello da
conservare. È l´unico vettore di traffico alternativo al miserabile doppio binario che ancora
collega Trieste al resto d´Italia. I soldi per ripartire ci sono, Bruxelles ha stanziato milioni di euro (progetto "Adria A") per riattivare i vecchi binari come linee metropolitane.
Trenitalia partecipa alle trattative per l´operazione, ma intanto, alla chetichella, spolpa le linee ovunque è possibile. Con la parola d´ordine «rete snella» si attua l´indicibile. Binari di precedenza tolti, declassamento di fermate, saccheggio di scali merci, caselli storici venduti o lasciati alle ortiche, linee vitali ridotte a raccordi industriali.
Persino la bella stazione di Miramare, dove Massimiliano d´Asburgo scendeva dal treno per raggiungere in carrozza il castello, si è vista estirpare i binari di sorpasso. Il grave è che lo smantellamento trova alleati nel porto che, senza la minima lungimiranza, pare ora disposto a comprare i binari (vicinissimi ai moli) per ampliare l´area di sosta dei camion dietro il terminal traghetti.
Operazione catastrofica, che significa waterfront degradato a parcheggio, scelta di un trasporto su gomma che Amburgo e Rotterdam hanno abbandonato da tempo, e soprattutto cancellazione di una strada ferrata vitale per lo sviluppo della città.
In questa corsa alla rottamazione, i matti del museo restano asserragliati nella loro trincea e conservano, conservano come formichine.
Timbri, telefoni a manovella, quadri di comando, carri passeggeri, tappezzerie, amperometri, pompe, scambi, segnali, divise, spartineve, locomotive, fotografie, mappe, plastici, sigilli doganali per la piombatura dei vagoni, cappelli con visiera e decorazioni in oro di un mestiere che fu nobile. Nelle sale di Campo Marzio leggi la storia commerciale di mezzo mondo.
Tutto è cominciato al tempo della dismissione delle vaporiere, ai tempi in cui per entrare in ferrovia dovevi giurare sulla bandiera.
Ed è stata subito una lotta. Il mobilio della "Sala reale" della stazione centrale era già stato buttato via. «Stessa cosa per l´archivio delle ferrovie austriache, già destinato al macero», racconta Luciano Muran, classe ´29, macchinista dell´Orient Express.
I treni all´esterno sono pezzi unici, tutti funzionanti. La vecchia Gomulka sovietica usata dai treni di Tito. La Kriegslokomotive nazista, macchina di morte che deportò gli ebrei e poi divenne macchina di pace col trasporto degli aiuti del Piano Marshall. Carrozze fine Ottocento con tappezzeria intatta.
La rete c´è ancora, i treni storici possono entrare e uscire, ma - mentre in Austria e Germania i viaggi della nostalgia fanno soldi a palate - le nuove, esose richieste tariffarie romane hanno bloccato anche questa opportunità. Non c´è un euro per il turismo, mentre se ne trovano milioni per iniziative truffaldine come il contiguo museo della fotografia, mai aperto e lasciato a metà.
E dire che non c´è niente di simile in Italia. Il museo di Pietrarsa, presso Napoli, ha i suoi bei
cimeli, ma è lontano dalla città e i treni non possono entrarvi. E per giunta costa, perché
Trenitalia, lì, paga il personale di custodia. Trieste no, funziona da sola. È in pieno centro. E i
fessacchiotti pagano pure l´affitto, aggiustano i tetti, raccolgono i pezzi di un tempo perduto che anche l´Austria ci invidia. I turisti vengono da lontano, specie dalla Germania. Un dirigente delle ferrovie francesi ha mandato al sindaco una lettera d´allarme per le voci di chiusura. «Ho  ammirato un gioiello - scrive il signor Vignaud - e so che un tale lavoro di conservazione non va ostacolato ma al contrario valorizzato».
«Ci amano più all´estero che in patria», lamenta Roberto Carollo, capo dei volontari al
Dopolavoro. Nel 2009, racconta, il municipio di Vienna si offrì di dare al suo ex porto la preziosa copertura in ferro della vecchia Sudbahnhof, ex "stazione Trieste" ora in ristrutturazione, che sarebbe andata a pennello su quella di Campo Marzio. Era un magnifico regalo, e l´allora sindaco Roberto Dipiazza promise mari e monti. Poi tutto finì in nulla, i costi del trasporto parvero eccessivi, Trenitalia non volle spendere, la Regione non diede una mano. Così, a Vienna il glorioso ferro da museo è stato trasformato in barre. E a Trieste la stazione del "secolo breve" è stata condannata a morire sotto la pioggia.

 Paolo Rumiz

 

 

 
 
 
 
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