Settembre 1995. due km in retromarcia, in autostrada. Altezza Latisana. Da lontano avevo visto un punto nero, e improvvisamente questo piccolo punto era scomparso. Non so perchè, ma, rischiando non poco, una volta sceso dalla macchina, ti sei lasciato prendere, con facilità. Una delle poche volte, in 17 anni.....avrai avuto, forse, due mesi. Ti ho portato via con me, e con me sei rimasto, per sempre.
Ti ho dato un bel nome, Pelè, nero e veloce. Pelè.
Hai trascorso con me anni felici, e anni meno felici, ma le abbiamo superate tutte, le difficoltà, le mie e le tue. Con la stessa tenacia e determinazione. 17 anni, una vita.
Eh sì, ci hanno provato in pratica quasi tutti, i miei lupi, a mangiarti tutto intero, ma tutti hanno desistito quasi subito, perchè un tipo facile non lo sei mai stato.....hai avuto da sempre un carattere forte, indomabile, e rissoso, senza risparmiare nessuno, colleghi gatti compresi. Non sono mai riuscito a comprendere il motivo di questo tuo atteggiamento, ma eri un gatto, un vero gatto, un modello di gatto, e quindi le domande sono e rimangono relative, in questi casi....solo chi non hai mai avuto un gatto potrebbe far fatica a capire.
A Trebiciano siamo arrivati assieme, nel 1998, io in macchina, tu in gabbietta, dentro la mia macchina. Ti ho subito rimesso in libertà, e tu, come ringraziamento, per venti giorni e più sei sparito, lasciandomi nella disperazione più assoluta....sei ricomparso d'incanto, pur non conoscendo i luoghi e le case, dicendomi:" ehi, lasciami ambientare, è il terzo trasloco che facciamo, che diamine.." . Avevi ragione, tanto per cambiare, ma è stato l'ultimo spostamento, poi hai impiegato il tuo tempo a mettere in riga i gatti di Trebiciano, pur tornando ogni sera, a casa.
Con gli altri gatti, in casa, non hai mai socializzato, eri molto classista, pochi li consideravi al tuo livello, ma da chi avevi preso, eh? eh?
Da 2 anni, gli ultimi 2, non ti permettevo di uscire, l'età e i tuoi problemi di salute mi consigliavano di tenerti sotto controllo. Sei rimasto qui tranquillo, e sono riuscito a curare i tuoi acciacchi per quanto di meglio era possibile fare. Non ti ho mai lasciato solo, in 17 anni. E tu, altrettanto.
Stamane, intorno alle 10, ti sei adagiato su un fianco, sotto l'albero dove anche Siro si era accasciato, e ci hai lasciato. Lunedì sera, solo 5 giorni fa, un ospite, in modo maldestro, aveva permesso, attraverso il cancello, lasciato aperto, che tu uscissi. In modo concitato, ti abbiamo cercato dappertutto, poi ti ho trovato fuori dal portone, e non sai le maledizioni... Oggi invece sono felice che tu abbia fatto l'ultima ricognizione in zona, chissà quanti gatti, nonostante le tue condizioni di salute, avrai sistemato...
"Non voglio più, secondo la formula di Georges Bataille, rimandare l'esistenza a più tardi. Sono attento alla tua presenza come ai nostri inizi e mi piacerebbe fartelo sentire. Mi hai dato tutta la tua vita e tutto di te; vorrei poteri dare tutto di me durante il tempo che ci resta.
Hai appena compiuto 82 anni. Sei sempre bella, elegante, e desiderabile. Viviamo assieme da 58 anni e ti amo più che mai.
Recentemente mi sono innamorato ancora una volta di te e porto in me un vuoto divorante che riempie solo il tuo corpo stretto contro il mio. La notte vedo talvolta il profilo di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto, cammina dietro un feretro. Quest'uomo sono io. Il feretro ti porta via. Non voglio assistere alla tua cremazione: non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri..Spio il tuo respiro, la mia mano ti sfiora.
Ad ognuno di noi due piacerebbe non dover sopravvivere alla morte dell'altro.
Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo passarle insieme"
il brano è tratto da "Lettre à D.Histoire d'un amour" - di Andrè Gorz - Editions Galilèe
(si è tolto la vita, nel 2007, con la moglie malata, dopo 60 anni passati assieme)
Tutti quelli che hanno conosciuto Stefano, chiamato il Tas, nella Bologna che non hai mai smesso di sognare e lottare, nonostante tutto, per un mondo più equo, libero e solidale, ricorderanno, come sempre accade, quando un amico, un compagno, va via, via da questo mondo, a qualche momento di emozione condiviso, vissuto, in qualche attimo che pensavi perso, ma che l’atrocità dell’evento ha riportato innanzi ai tuoi occhi.
Non pensi.
Chiudi gli occhi.
Ricordo quella sera del 31 marzo 2011.
Arrivai prima del previsto.
Piazza Verdi di Bologna, quella Piazza che ha vissuto repressioni e conquiste, dolori ed emozioni, nel vicino locale la Scuderia, ospitava la presentazione dell’ultimo libro di Stefano. D’altri tempi.
Incontri alcuni compagni, saluti di vita ed abbracci di lotta.
Arriva Pino Cacucci, vestito come sempre con la maglietta nera, nero anarchico e ribelle, fai due chiacchiere, aspettando Stefano e la sua immancabile compagna di vita Stefania.
Eleganza proletaria unica, capelli bianchi figli di una saggezza da scoprire, ma anche di quella sofferenza che non lo ha mai piegato.
La malattia che ha affrontato e combattuto per anni.
Stefano era consapevole del male.
Era consapevole.
E tutti ci chiedevamo ma dove trova la forza, dove, dove.
La scrittura, l’amore per e della sua compagna, il credere in quell’ideale, oggi giorno sempre più sacrificato nel nome della più becera politica esistente, era la sua forza di andare contro, contro ogni male, contro il male.
Sì, nonostante tutto andava avanti, con fatica, ma andava avanti.
Lo aiuto a sollevare i libri, a preparare il banchetto, discutiamo su come sistemarli sul tavolino nell’attesa che la serata abbia il suo canonico inizio.
Arriva Dandy bestia, che con la sua musica accompagnerà l’emozione delle parole di Stefano.
Pino presenterà il libro, Stefano accompagnerà le sue parole come scritte e stilizzate in quelle pagine nella mente e nel cuore di tutti noi.
Parlerà di quanto è difficile pubblicare racconti, che in Italia i racconti non vanno, ma parlerà anche della triste sorte dei desaparecidos, della disumanità reale che è stata storia sconosciuta ma vissuta in un tempo da non dimenticare.
E come tutti, aspetti il momento della dedica.
La dedica su quel libro, che condividerò con la persona più importante della mia vita.
Penso a quel caffè condiviso con Stefano al ritrovo storico di Bologna, la Linea, ai suoi ricordi di Monfalcone, ai luoghi che mi suggeriva di vedere ed osservare, sentire ed ascoltare, e gli dissi,
Ste, quando verrai su batti un colpo.
Oggi il colpo non è stato battuto.
No.
Chissà, forse non ci saresti mai finito su quel fondo, se solo un attimo prima di scendere le scale avessi avuto il dubbio di non poterle risalire, né quel giorno di marzo né mai più, eppure le voci dei compagni e i suoni spenti degli spari sono stati un richiamo più forte di ogni legame istintivo con la vita, per quanto fosse ancor più forte delle parole adatte al sacrificio, tuo e di tutti quelli che hanno anteposto il credere in qualcosa al non credere in niente.
Queste parole, tratte da un brano “D’altri tempi”, spiegano chi era Stefano, il Tas, come veniva chiamato dagli amici e compagni di Bologna, Ste, come lo chiamavo io.
Vorresti dire e scrivere tanto.
Tutti quelli che hanno conosciuto Stefano,condivideranno un ricordo vissuto e mai morto, uno sguardo, una parola, una critica, perché non sempre si conveniva sulla scelta di campo e di politica, ma specialmente la forza, quella forza di andare contro, che ha insegnato tanto e molto a tutte quelle persone che spesso smarriscono l’ideale dietro quella burocrazia che annienta ogni voglia di cambiamento.
La chiusa angoscia delle notti, il pianto delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l'ululato nel vento, nelle tenebre, dei lupi assediati
con la propria strage, la speranza che dentro ci svegliava oltre l'orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
"liberate l'Italia, Curiel vuole essere avvolto nella sua bandiera"
Tutto quel giorno ruppe nella vita con la piena del sangue, nell'azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio ridente della bocca, pieni gli occhi,
piena la mano nel suo pugno: il cuore d'improvviso ci apparve in mezzo al petto.
Alfonso Gatto - 1909 - 1976
Eugenio Curiel, nato a Trieste nel 1912, laureato in fisica a Padova con una tesi sulle disintegrazioni nucleari, fu arrestato, torturato, confinato a Ventotene. Con il nome di Giorgio partecipò alla Resistenza. Fu ucciso a Milano da un gruppo di Brigate nere il 24 febbraio 1945, di primo pomeriggio, tra piazzale Baracca e piazza Conciliazione. Gli è stata conferita la medaglia d'oro al valor militare. Solo questo andava precisato, in coda alla poesia di Gatto. Perchè le parole, per chi ci crede, non hanno bisogno di spiegazioni. Camminano e arrivano a destinazione, o inciampano e cadono da sole.
Gianni Mura - tratto da E - il mensile- numero di aprile 2012